Domenica mattina, ore 06:00, la sveglia che ho impostato sul cellulare inizia a squillare. La spengo, sono già sveglio da un bel po’. Non è una domenica qualsiasi, è il giorno della 14-esima mezza maratona di Pisa, l’11 ottobre di un anno che definire orribile non rende bene l’idea, come tutti noi purtroppo ben sappiamo: il 2020.
Se mai c’è stata, nella storia delle corse podistiche, una data speciale, con un significato profondo che va ben al di là dei semplici (per quanto importanti) valori sportivi, è questa.
Mai nei decenni dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, avevamo assistito ad una simile catastrofe che ha coinvolto tutti, inutile scendere in dettagli che conosciamo, purtroppo, tristemente benissimo. Questa tragedia sanitaria, ha letteralmente sconvolto un mondo che faceva dell’aggregazione, del contatto umano e sociale, le sue caratteristichefondamentali: il mondo delle corse podistiche.
Corse che vedevano migliaia, a volte decine di migliaia di iscritti, si sono dovute piegare ad un flagello inatteso, inaspettato ed imprevedibile: il covid19. Tutto chiuso, nessun evento sportivo possibile, tantomeno corse podistiche.
Si sono arrese tutte le organizzazioni, una dopo l’altra: maratona di Roma, Tokyo, Berlino, Milano, persino La Maratona per eccellenza, New York 2020 ha dovuto alzare bandiera bianca.
Chi non ha mai partecipato ad una corsa podistica, specialmente quelle con una enorme partecipazione, non può capire cosa significhino queste gare. La bellezza, il coinvolgimento, la carica agonistica che i runners si trasmettono l’un l’altro, l’adrenalina che scorre a fiumi al momento della partenza, il brivido che attraversa tutti i partecipanti al momento di scattare verso un traguardo che dista 42 km, mettendo tutta l’energia accumulata in centinaia, migliaia di ore di allenamento a disposizione del proprio corpo per giungere il prima possibile all’arrivo. Si badi bene, pochissimi corrono per vincere, quasi tutti corrono per migliorare sé stessi o anche  semplicemente (come il sottoscritto) per poter dire: “sono arrivato, ce l’ho fatta!”
Questo, mie care lettrici e cari lettori è lo sport per eccellenza, non a caso la maratona è la corsa che chiude i giochi olimpici (e non me vogliano i praticanti degli altri sport che sono comunque tutti bellissimi).
Lo sport nel quale si gareggia in mezzo a migliaia di persone, eppure siamo soli con noi stessi, con la nostra fatica, sorda, lunga, interminabile.Lo sport nel quale l’avversario ti può battere solo perché ha corso più velocemente di te e che ti aspetta al traguardo per abbracciarti. E tu lo abbraccerai, perché sai che, come te, ha sofferto per arrivare fin lì.
Il maratoneta, sviluppa nel tempo una qualità che ha un nome preciso: resilienza. Ed è proprio grazie a questa qualità (la resilienza) che domenica 11 ottobre 2020 eravamo in 2.000 a gridare al mondo che noi c’eravamo, che il covid19 non aveva vinto, che questo maledetto virus ci aveva costretto nel chiuso delle nostre case, ma non ci aveva piegati,non ci aveva battuti.
Ma i motivi per cui era importante esserci non si esauriscono qui.
Era importante dimostrare che, nel pieno rispetto delle regole, anche complesse, a volte all’apparenza insormontabili (tanto da far rimandare a tempi migliori, praticamente tutte le corse programmate da marzo 2020 in poi), i problemi sono invece superabili.
Un’organizzazione impeccabile, un comportamento di tutti i runners che definire encomiabile è poco, forze dell’ordine che non hanno dovuto minimamente intervenire e che hanno constatato di persona come noi runners sappiamo rispettare le regole in modo irreprensibile. Del resto fa parte della nostra natura, il rispetto delle regole.
Ed eccoci lì, sulla strada, divisi in “onde” di 250 runners l’una, nella “zona partenza”, tutti in file ben disposte ed ordinate, con le mascherine correttamente indossate e perfettamente distanziati, posizionati sui “pallini” bianchi disegnati sull’asfalto che indicavano a ciascunodei corridori, l’esatta posizione da mantenere.
Prima di accedere alla “zona partenza”, c’era da attraversare il posto di ritrovo, varcare le transenne dove apposito personale rilevava diligentemente la temperatura corporea e ritirava la dichiarazione “no covid19”; poi dovevamo accedere, quando si veniva chiamati in base al proprio numero di pettorale, ad una “zona pre-partenza” ed infine, sempreordinatamente, entrare nell’ultima zona descritta sopra.
Nulla ci ha fermato, nulla ci avrebbe potuto fermare. Nulla. Avremmo varcato anche cento controlli. Chiunque abbia visto o vissuto anche una sola volta una partenza di una maratona (ad esempio New York), non può che pensare, dentro di sé, guardando la partenza della mezza maratona di Pisa: INCREDIBILE!
Abbiamo tenuto la mascherina per i primi 500 metri della gara, perché questa era un’altra delle tante regole imposte. Pensate, i volontari (un grandissimo elogio anche a loro), non hanno trovato neppure una mascherina fuori dai contenitori nei quali “al volo” dovevamo gettarle finiti i 500 metri. Nemmeno una mascherina per terra.
Ho voluto partecipare in tutti i modi a questa corsa podistica, nonostante avessi pochissimi allenamenti nelle gambe, per poter dimostrare al mondo che il covid19 non vincerà e per poter dire a tutti i runners, ai volontari e agli organizzatori una sola parola: GRAZIE.»

Luca Docet

Di fabio

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